Sono andato a vedere Avatar senza entusiasmi eccessivi. Avevo detestato l'attacco preventivo contro il film organizzato da Roberto Faenza e dal Vaticano (vedi il mio articolo Roberto Faenza contro i dischi volanti, uscito il 12/01/10 su DelCinema.it), ma francamente non mi aspettavo molto di più del solito filmone hollywoodiano. Invece devo dire che ne sono uscito positivamente impressionato.
D'accordo, la storia è un polpettone ambientalista con un lieto fine poco credibile (i pellorossa che sconfiggono i coloni bianchi e li rispediscono in Europa!), una sorta di Balla coi lupi (1990) nello spazio, hanno detto in molti. Avatar, come spesso il cinema di fantascienza americano, recupera il modello del western, in questo caso quello del western pro-indiani, ma appunto nella sua declinazione più ovvia, quella oleografica di Balla coi lupi, non certo quella ironica e spietata di Piccolo grande uomo (1970). Ma Avatar è un kolossal costosissimo e come tale non può permettersi di disattendere le aspettative del pubblico di massa. I kolossal che hanno sfidato le convenzioni estetiche e/o politiche del loro tempo si contano sulle dita di una mano: Intolerance (1916), 2001: Odissea nello spazio (1968), Apocalypse Now (1979), e pochi altri. Non a caso, tutti e tre i film che ho citato sono stati realizzati in momenti della storia del cinema americano in cui i registi godevano di una forte autonomia, prima dello studio system (Intolerance) o in quel decennio irripetibile di grande libertà creativa che fu la New Hollywood (2001 e Apocalypse Now). Proprio il flop di un altro kolossal d'autore, I cancelli del cielo (1980) di Michael Cimino, avrebbe posto fine alla rivoluzione della New Hollywood e riportato il potere nelle mani dei produttori.
Prendete Metropolis (1927). Perché è entrato nella storia del cinema? Per l'uso dello spazio, per gli effetti speciali, per aver inventato immagini e figure che sarebbero divenute vere icone del cinema successivo, dal robot alla città del futuro. Non certo per la storia raccontata: anche qui un polpettone melenso, per di più politicamente assai ambiguo (come molti critici hanno sottolineato, il messia che riesce a conciliare Capitale e Lavoro potrebbe essere il Führer; la sceneggiatrice del film, nonché moglie di Lang, Thea von Harbou, era una simpatizzante del partito nazista).
Un discorso simile vale per Avatar. La storia è quello che è, va bene. Ma nel film di Cameron c'è dell'altro, c'è una tecnologia straordinaria che cambierà il cinema. E non mi riferisco tanto al 3D. Per il momento, non mi pare che il 3D sia in grado di produrre altro se non qualche bell'effetto, tanto sorprendente quanto effimero. Certo, è impressionante vedere il nasone del vecchio Scrooge, in A Christmas Carol (2009), uscire dallo schermo e puntare verso noi spettatori, ma non mi pare rivoluzionario sul piano della messa in scena. Il cinema ha sempre aspirato alla tridimensionalità, e l'uso della profondità di campo da parte di Welles in Quarto potere (1941) ha avuto un impatto ben più radicale sulle forme della messa in scena rispetto al "nuovo 3D", almeno per quanto si è visto fino ad ora.
Ciò che è davvero stupefacente in Avatar è il digitale. Prima di Avatar, gli effetti digitali generavano sempre un "effetto pupazzo": le figure umane, quando mostrate in primo piano, risultavano inevitabilmente finte, mentre i veicoli e le scene di battaglia avevano quell'aria bidimensionale che li faceva assomigliare a un videogioco. Per un vecchio cinefilo come me, uno cui piace appunto un'immagine tridimensionale, i veri aeroplani in picchiata di Tora! Tora! Tora! (1970) erano infinitamente più efficaci di quelli digitali, piatti, di Pearl Harbor (2001). Ma con Avatar l'uso dell'immagine digitale nel cinema ha fatto un passo in avanti decisivo: ora attori e figure virtuali si integrano perfettamente, e così si spalancano grandi possibilità creative, possibilità che registi geniali, come sono stati Lang o Kubrick, potranno utilizzare per dare corpo alle loro visioni.
Certo, James Cameron non è né Fritz Lang né Stanley Kubrick, ma non è neppure Roberto Faenza. Avatar possiede non solo un grande senso dello spettacolo, ma anche una capacità notevole di orchestrare il racconto. Le quasi tre ore di proiezione filano senza problemi, tre ore in cui Cameron miscela con intelligenza il western e il Vietnam movie (lo aveva già fatto in Aliens, 1986). Gli alieni sono indiani, ma sono anche Viet Cong (e in tal senso la loro vittoria finale appare meno irrealistica): il colonnello che parla di azione "cerca e distruggi", gli elicotteri che sbarcano marine nella giungla, il richiamo ad Apocalypse Now (il nome in codice Valchiria). Avatar non è Apocalypse Now, va bene, ma ha dischiuso un territorio dalle grandi potenzialità da cui potrebbe sorgere un nuovo Apocalypse Now.
di Giaime Alonge
(13:34 - 09 feb 2010)
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