Clint Eastwood sta forse perdendo il suo tocco magico? L'ultimo capolavoro fu Million Dollar Baby e, in parte, Gran Torino (il quale comunque aveva un finale pseudo-religioso-allegorico piuttosto discutibile). Negli ultimi anni però sembra che il pluripremiato regista stia affogando in un oceano di intrecci telefonati e di personaggi stereotipati.
L'ultima sua creazione, Invictus, è caramellosa al punto di essere sconsigliato ai diabetici... La storia è quella toccante di Nelson Mandela (Morgan Freeman), fresco leader in un'Africa del Sud "nuova" (ma solo ad un occhio ingenuo): i bianchi infatti continuano ad essere razzisti mentre i neri non possono riscattarsi da una vita di povertà e stenti. Alle prese con un paese in rottura con se stesso e con il mondo, un solo uomo sarà in grado di riconciliarlo? L'occasione arriva con l'imminente inizio della Coppa del Mondo di rugby, sport considerato d'élite e razzista dai neri, che si terrà proprio nell'Africa del Sud. Se bianchi e neri possono vincere collaborando sul campo, spiega Mandela, perché non fuori?
La semplificazione della metafora sport=vita è dove il film mostra le sue prime crepe, specialmente quando Eastwood ci offre scene del tipo "2 poliziotti bianchi ascoltano alla radio la finale Sud Africa-Nuova Zelanda mentre un ragazzino nero rovista tra la spazzatura in cerca di un pasto. Finisce la partita, e vediamo magicamente il ragazzino sulle spalle di uno dei poliziotti mentre tutti e tre ridono... e vissero felici e contenti!" Una sequenza giustificabile se l'unica intenzione di Eastwood nel film fosse quella di farci capire l'enorme potere dello sport in quei preziosi secondi dopo il fischio finale. Però, il fatto che il regista americano non alluda nemmeno lontanamente al fallito riconciliamento (nel lungo termine) dopo la vittoriosa partita è sia un'opportunità persa, sia una semplificazione pretestuosa e purtroppo, di fatto, falsa. E non parliamo neanche della misteriosa malattia che colpì la maggior parte della squadra neo-zelandese la notta prima della finale: sarà anche stata una coincidenza, ma l'impatto che ebbe sul risultato finale (gli All Blacks allora come adesso sono la squadra più forte al mondo) è ancora oggi dibattuto. Bene, questo aspetto viene completamente trascurato da Eastwood.
Davvero un peccato, perché il film del leggendario regista si dimostra ottimo nelle scene in cui si gioca a rugby (e ce ne sono parecchie). Morgan Freeman e Matt Damon (quest'ultimo nei panni del capitano della squadra di rugby sudafricana, François Pienaar) recitano impeccabilmente. Due nomination agli Oscar in altrettante categorie, sottolineando però che anche se Damon convince nei panni del giocatore di rugby, non ha a supporto dei dialoghi che lo aiutino a trasformare il suo personaggio da "importante", in termini narrativi, a "indimenticabile". Ma il film delude sopratutto perché lascia l'amaro in bocca: se Eastwood avesse esplorato il periodo post-finale più in dettaglio, invece di rotolarsi nel sentimentale, questo film avrebbe potuto diventare un'opera "definitiva" su uno dei periodi più bui della Storia recente. Invece, Invictus si prospetta a diventare una delle prove meno convincenti della brillante carriera di un bravissimo regista.
di rollo maschietto
(17:30 - 03 feb 2010)
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