Raccontare il Che dopo oltre quarant'anni non e' di certo un'operazione semplice. Non a caso il film di Steven Soderbergh è costato sette anni di preparazione, tre di ricerca solo per la seconda parte, ambientata in Bolivia. Originariamente avrebbe dovuto, secondo l'idea di Soderbergh, esistere solo questa seconda parte, sconosciuta ai più. Alla fine il regista ha pensato che senza un antefatto il racconto poteva essere incomprensibile alle nuove generazioni o ai più disattenti verso l'evoluzione della storia. Di fatto i film sono diventati due (Guerrilla e TheArgentine), 268 minuti piuttosto improponibili al grande pubblico, mentre noi schiavi della pellicola ce li siamo sparati di seguito, salvo un breve intervallo di quindici minuti, come nel 1993, sempre a Cannes alla proiezione del doppio Jeanne la Pucelle di Jacques Rivette. Inoltre sarà dura far accettare al viziatissimo pubblico italiano la lingua originale spagnola, inframmezzata all'inglese di N.Y. e dei "consulenti" statunitensi.
La prima parte racconta la rivoluzione cubana, inframmezzata da continui flashback. Assistiamo al contestato arrivo a New York di Guevara, al famoso intervento alle Nazioni Unite; l'incontro col senatore McCarty, che ringrazia per l'assalto alla Baia dei Porci; i primi passi con Fidel (Demian Bichir); il "presente" nella guerriglia rivoluzionaria; il primo sguardo tra Ernesto (Benicio Del Toro) e la moglie guerrigliera Aleida (Catalina Sandino Moreno). Assistiamo all'alfabetizzazione dei "barbudos", al loro addestramento alla guerriglia, quindi a una lunga ricostruzione epica della presa di Santa Clara, fino alla strada spianata verso l'Havana. Soprattutto qui parte dei dialoghi è creata dai discorsi e gli scritti di Ernesto e Fidel.
La seconda parte racconta dell'ingresso di Ernesto "Che" Guevara in Bolivia sotto falso nome; l'approccio con gli oppositori al regime, i tormenti di una seconda guerriglia in terra straniera; le illusioni, le disillusioni, la perdita. E' il periodo più oscuro della vicenda, perché non abbonda di testimoni, molti dei quali ancora viventi, degli accadimenti cubani. La ricostruzione deve essere stata molto faticosa e non è certo quanto di vero sia stato trascritto e quanto sia frutto dell'immaginazione dello scenarista, Peter Buchman.
Correva voce prima della proiezione che si stava per assistere a una denigrazione di Fidel Castro, ma come spesso accade in questi casi, il tutto è risultato falso. Primo, perché non c'e' alcun accenno alla storia cubana dopo la morte del Che, secondo, perché è evidenziato il pieno appoggio di Fidel alla spedizione in Bolivia di Guevara. E' l'aspetto umanitario di Ernesto che esce ogni minuto dalla pellicola, l'amore per i due popoli che ha adottato, soprattutto per la gente umile, per i contadini, ma anche per i sui uomini che, se pur con rigore, rispetta profondamente. Un comandante medico, in prima linea anche negli interventi chirurgici, in mezzo agli alberi, in condizioni igieniche precarie.
Guardando il film sembra di percepire un pieno appoggio alla causa rivoluzionaria dei cubani prima, dei boliviani poi, da parte del regista, come già aveva fatto Warren Beatty ai tempi di Reds, tratto dalle memorie di John Reed.
La parte newyorkese è in bianco e nero, da falso documentario, il resto e' fotografato magistralmente da Peter Andrew: lo sgranato nei primi contatti rivoluzionari con Castro, il verde delle divise e della folta vegetazione, prima cubana, poi boliviana; il rosso del sangue e il marrone dei fucili; la camera a mano a Santa Clara.di marcello moriondo
(13:07 - 01 apr 2009)
Genere: Drammatico
Voto:
Titolo: L'Argentino - Guerrilla
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