"Tutti i migliori sono matti", dice il padre alla piccola Alice per rassicurarla sulla bontà delle sue continue visioni. Ma è sempre vero il contrario? Se il pazzo in questione è Tim Burton la risposta è scontata: chi meglio di lui per riattualizzare - sempre sotto l'egida Disney - dopo circa sessant'anni la fiaba di Alice (e magari facendola saltare in corsa sulla diligenza del 3D che, dopo l'avvento di Avatar, oramai corre a ritmi forsennati)? Questo, in sintesi, l'obbiettivo del rinnovato sodalizio tra il regista cresciuto presso i celebri Studios e la Casa Madre che, dopo le incomprensioni del passato, gli consegna un copione bell'e pronto (Linda Woolverton, già sceneggiatrice de Il Re Leone e La Bella e la Bestia) per essere girato, lasciando (solo?) libertà di rileggerlo in chiave più dark e cavalcando l'onda delle potenzialità del digitale.
Dopo 13 anni è tempo per Alice, oramai adulta e in età da marito, di cadere di nuovo nel buco che porta ad Underland per salvare il paese delle meraviglie dalla malvagia influenza della Regina Rossa che ha assoggettato gli abitanti al suo dispotico volere. Ben presto, però, diventa chiaro che il mondo che aveva lasciato molti anni prima è cambiato (anche nel nome) perché il tempo non è un concetto relativo ma passa per tutti e lascia i suoi segni, perfino nelle visioni. Il marchio Disney permette a Burton di pescare a piene mani nella versione cinematografica del 1951 e allo stesso tempo di inserire luoghi, personaggi e situazioni prese in prestito dal suo vasto immaginario. La nuova Alice fugge da una vita che frustra i suoi voli pindarici e pretende di ritagliarla su misura, solo per ritrovarsi in un'altra realtà in cui è la contrapposizione netta, la diversità e il contrasto stridente (il rosso vs. il bianco) a definire le coordinate entro cui (s)ragionare.
In questo canovaccio, a volte troppo lineare e lontano dal modo stesso di raccontare a cui ci aveva precedentemente abituato, il regista immagina un'Alice (la convincente Mia Wasinowska), femminista ante-litteram del secolo scorso, nel suo percorso di formazione che la porterà a diventare nello scontro finale una sorta di Pulzella di Wonderland in armatura. Attorno a lei, gli strani personaggi che il romanzo di Lewis Carroll ha immortalato: il Bianconiglio, l'affascinante Stregatto, il Brucaliffo e quel Cappellaio Matto, vera attrazione e protagonista morale del film perché interpretato dal solito, eclettico Johnny Depp. Sull'altra sponda troneggia - è il caso di dirlo - la Regina Rossa, uno dei personaggi meglio riusciti: Helena Bonham Carter è irresistibile nei panni della ‘testona' sovrana e, come per il Cappellaio Matto, l'interpretazione volutamente sopra le righe e i bellissimi costumi sono la vera chicca della pellicola.
A chi si chiede se ci fosse bisogno di riportare sul grande schermo questa favola, Alice in Wonderland risponde con una fotografia, c'era da aspettarselo, incantevole - si veda l'art design del castello, dei saloni interni e delle guardie di Carta - e le interpretazioni della coppia Depp-Carter, i cui personaggi sono anche quelli meglio caratterizzati psicologicamente (squilibrato e malinconico il primo; sanguinaria eppure tremendamente sola, per via della sua deformazione, la seconda: entra di diritto nella galleria di freaks del cineasta americano). Ciò detto, è difficile valutare come pienamente burtoniano un film del genere dove il lavoro del regista sembra essere più che altro ‘su commissione': la rilettura dark-gotica non è portata alle estreme conseguenze, la sceneggiatura è dedicata ad un target giovane che ha ben assimilato Narnia e Anelli vari (la sigla finale è di Avril Lavigne, NdR); inoltre il tanto decantato 3D, uno dei motivi alla base dell'operazione, fa un bel buco nell'acqua: convertito alla terza dimensione solo in fase di post-produzione, il film sfrutta poco e male l'orpello e, a parte qualche effetto gratuitamente concesso allo spettatore voglioso, sfigura anche nel resto degli effetti speciali rispetto al succitato Avatar, pietra di paragone per tutti i futuri competitors.
Un bellissimo package non riesce a sopperire alla povertà nel raccontare delle storie e Alice in Wonderland non fa eccezione: spesso si procede per accumulazione di paesaggi e nuove creature fini solo a se stesse. La virata dalla fiaba all'action-fantasy non ci convince appieno e, come con i dolci che Alice mangia di continuo per trasformarsi, il film a volte è gigantesco e a volte piccolo piccolo. Ma, al pari dell'avventura che la protagonista deve vivere prima di diventare adulta, anche l'ultima produzione Disney forse era necessaria, prima di passare ad altro: "Mi mancherai quando mi sveglierò" dice Alice al Cappellaio. È tempo di crescere, ma che bello che è stato laggiù: il fascino discreto e un po' folle della borghesia sotterranea.
di Raffaele G. Flore
(18:38 - 18 mar 2010)
Genere: Avventura
Voto:
Titolo: Alice in Wonderland 3D
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